Archivio di luglio 2012

29
Lug

Selezione di perle di coltura del SSEF di Basilea

Il SSEF (Swiss Gemmological Institute) di Basilea, riceve grandi quantità di perle d’acqua salata affinchè vengano certificate. Queste perle sono spesso accompagnate da documenti che le certificano come “perle naturali“, ma la loro apparenza pressochè perfetta non manca di sollevare dubbi tra molti commercianti di perle naturali.
Testando queste perle con tecnologie avanzate, come per esempio la radiografia ai raggi-x, la luminescenza ai raggi-x, la micro tomografia ai raggi-x, e la datazione al carbonio-14 , il SSEF ha riscontrato come molte di queste perle fossero in realtà di coltura.

L’arrivo sul mercato di grandi quantità di perle d’acqua salata, qualitativamente molto migliori rispetto alle perle di coltura delle epoche passate,  rappresenta un potenziale pericolo per il mercato odierno di perle naturali. Soprattuto considerando il fatto che alcuni soggetti selezionano di proposito tra i grandi stoccaggi  di perle di coltura che acquistano, le gemme  più “ambigue”  e con una struttura interna  tale da poter confondere non solo l’occhio più esperto, ma anche le tecnologie di identificazione più avanzate. Tutto questo al fine di reintrodurle successivamente  sul mercato come perle naturali. Molte di queste perle sono sottoprodotti delle perle di coltura, e talune volte si tratta di perle keshi.

Sebbene queste gemme non mostrino particolari caratteristiche che esplicitamente le identifichino come perle di coltura , è la combinazione tra struttura interna e struttura esterna a renderle identificabili. Spesso si tratta di gemme a forma di bottone, a goccia o barocche.

Le grandi quantità sul mercato di queste perle beadless,  hanno portato il SSEF a prendere misure atte a proteggere il mercato delle perle naturali da questi inganni. Il primo passo è stato l’adozione di definizioni più rigorose e specifiche per differenziare le perle naturali da quelle di coltivazione: una perla naturale è una perla formatasi  senza alcun intervento umano, in un’ostrica o mollusco selvatico che vive nel suo habitat naturale, mentre qualsiasi perla nata da una coltivazione è una perla di coltura.

 

26
Lug

perle keshi

Le perle Keshi sono un sottoprodotto delle perle di coltivazione. Si formano quando l’ostrica rigetta e espelle il nucleo prima che il processo di nucleazione sia completo, o quando il tessuto impiantato si frantuma e forma sacche separate senza nucleo. Queste sacche, formano a loro volta delle perle.
Le perle keshi si formano sia in acqua salata che in acqua dolce, sono generalmente di piccole dimensioni, e poichè non c’è un nucleo a guidare l’ultima fase di formazione della perla, la loro forma può variare in modo sostanziale.
Si trovano in un’ampia varietà di colori, e tendono ad avere un lustro molto buono ed un ottimo oriente, grazie alla composizione del loro nacre.
Poichè l’ostrica ha espulso il nucleo impiantato, il risultato è nacre al 100%. E’ questa particolarità a dare alle perle Keshi una superficie particolarmente lucente e vivida. La maggior parte delle keshi infatti possiede un lustro molto migliore delle perle coltivate di miglior qualità. Ma il fatto che abbiano un  nacre solido, non permette di classificarle come “perle naturali”, poichè si tratta di un sottoprodotto del processo di coltura, e non il risultato di un processo naturale.
Le keshi, soprattutto quelle Thaiti e South Sea, un tempo rappresentavano un affare, pezzi bellissimi e unici. Oggi, sono molto più rare. Questo perchè nelle coltivazioni di Thaiti e South Sea, oggi viene svelato con i raggi x se il nucleo è espulso dall’ostrica oppure no.
Quando viene trovata un’ostrica senza nucleo, viene subito rinucleata, prima che la perla abbia modo di formarsi.
Questa pratica ha reso le Keshi ancora più rare di quanto lo fossero prima.
Una curiosità: il termine Keshi, in giapponese significa “seme di papavero”.

21
Lug

Il Giappone è stato negli ultimi 100 anni il leader mondiale nella produzione di perle coltivate. Le conoscenze in questo campo sono state tramandate e custodite di generazione in generazione, assicurando così la sopravvivenza di quest’industria. Oggi il giappone continua ad essere un attore di primo piano nell’industria perlifera internazionale, ma ci sono delle aree in cui è stato superato dalla concorrenza.

Quando i cinesi iniziarono a coltivare le perle Akoya, 40 anni fa, ebbero un successo limitato. Fino al 1990 non venivano prodotte Akoya con un certo valore commerciale in Cina. Queste perle, comunque, venivano snobbate dai consumatori ed esperti di tutto il mondo, poichè la qualità delle perle giapponesi rimaneva insuperata.
Oggi si può dire che le perle cinesi abbiano raggiunto in termini di qualità quelle giapponesi. I cinesi hanno finalmente incominciato a puntare seriamente sulla qualità a discapito della quantità, e si prendono la cura ed il tempo necessari per coltivare perle per periodi più lunghi, al pari dei coltivatori del sol levante. Molte industrie cinesi hanno anche smesso di utilizzare trattamenti pesanti che prima venivano applicati per introdurre le perle sul mercato nel minor tempo possibile.
Tutti questi accorgimenti hanno portato ad una sorprendente differenza qualitativa del prodotto. La qualità delle Akoya prodotte dalla Cina sta diventando così elevata, che  le perle di fascia superiore possono competere tranquillamente con la produzione di alta categoria giapponese.
I cinesi si stanno specializzando soprattutto nella produzione di perle di piccole dimensioni, mentre i giapponesi ancora dettano legge sulle dimensioni più elevate.

Ad oggi, i cinesi hanno avuto ancora un successo limitato con perle di grosse dimensioni, e questo ha fatto si che il mercato giapponese potesse ricavarsi una nicchia  in cui capitalizzare in modo massiccio. I cinesi hanno incominciato ad intensificare la produzione di Akoya dai 4 agli 8 mm, ma ancora non padroneggiano la produzione di perle che vanno dagli 8,5 mm in su. La maggior delle perle Akoya in commercio oggi, con diametro minore di 8 mm, sono invece di produzione cinese.

Ci si può domandare allora, può un consumatore determinare se una collana di perle è di produzione cinese oppure giapponese, quando la grandezza si aggira intorno ai 6-7 mm? Sorprendentemente è molto difficile determinare l’origine di perle che si aggirano intorno a queste dimensioni. Bisogna inoltre sapere che il Giappone è un forte importatore di perle cinesi, che compra allo stato grezzo per poi trattarle e rivenderle come perle giapponesi. E se questo processo può apparire disonesto, poichè il risultato è un prodotto più costoso a parità di qualità, è un processo largamente in uso in molti campi dell’industria manifatturiera.

 

17
Lug

Gli scienziati giapponesi, Nishikawa e Mise sono generalmente riconosciuti per aver scoperto le tecniche più diffuse per la coltivazione delle perle. C. Denis George fu un entusiasta di origini australiane che sfidò il credito dato ai giapponesi per tale scoperta. George sostiene che  Nishikawa e Mise vennero per la prima volta a contatto con una coltivazione di successo nell’Isola Thursday, sotto la guida di William Saville-Kent, un espatriato britannico che viveva in Australia.

Saville-Kent

Nel suo articolo “Ridimensionando il mito giapponese largamente diffuso: aspetti storici delle prime scoperte sulle tecniche di coltivazione delle perle” George conduce una campagna con lo scopo di ridare a William Saville-Kent il giusto  riconoscimento per essere stato il reale pioniere delle fondamentali tecniche di coltivazione. Usando come prove i testi a disposizione e la sua personale esperienza, George colloca il patrigno di Nishikawa e Mise in Australia, nell’isola Thursday.
Questo viaggio in Australia precede il deposito del brevetto di Nishikawa e Mise. Inoltre, George cita la tipica riluttanza giapponese a citare le ricerche di Saville-Kent nei testi, quale prova di falsità delle credenze costituite.
La prova che C.Denis George presenta in modo convincente è il fatto che Saville-Kent condivise la sua tecnica sull’uso di nucleo e frammento di tessuto con in due giapponesi, che tornarono in Giappone e riproposero tale tecnica applicandola ai molluschi Akoya, rivendicandola come loro.
I punti chiave della tesi di George sono:
Nishikawa sentì il bisogno di anticipare la data delle sue scoperte di otto anni per celare il fatto che probabilmente ottenne tali informazioni in Australia nel 1900.
George inoltre sottolinea l’improbabilità che i due scienziati giapponesi possano aver scoperto simultaneamente le tecnologie di coltivazione delle perle. Nota inoltre che persino tra giapponesi non c’è certezza su quale tra  i due pionieri, Nishikawa e Mise, sia colui che fattivamente fece la scoperta.
George ne deduce che tale incertezza possa essere indice del fatto che abbiano celato informazioni segrete “ottenute da qualcun’altro che fosse addentro alla coltivazione delle perle”.
Egli sostiene che i giapponesi abbiano rifiutato coscientemente i risultati ottenuti nella coltivazione di perle in Australia, prova del fatto che la paternità giapponese sia in realtà un falso mito.
George passò diversi anni nel tentativo di dare a Saville-Kent il giusto riconscimento. Scrisse numerosi trattati, istituì il William Saville-Kent Memorial Pearl Museum e diede addirittura alla sua imbarcazione  il nome del pioniere inglese.

Per una lettura più approfondita trovate qui l’articolo completo di C. Denis George

13
Lug

Le perle Biwa sono perle d’acqua dolce coltivate esclusivamente nelle acque del lago Biwa in Giappone. Sono di forma irregolare ma hanno una buona lucentezza e bei colori. Anzichè un nucleo, all’interno del mollusco viene inserito un minuscolo quadratino di madreperla. Richiedono circa tre anni perchè si arrivi a buoni risultati e generalmente sono più lisce e brillanti delle fesh water provenienti dalla Cina. Hanno una lucentezza e una profondità di riflessi che possono rivaleggiare con quella di una perla naturale.  Il commercio di perle Biwa fu introdotto da un ex collega di Mikimoto, il Dr Masao Fujita che operò per la prima volta su di un mollusco del lago Biwa nel 1924 e raccorse la prima perla nel 1925. 

Il lago Biwa

 

Raccolse solo poche perle ed erano tutte barocche e colorate. Il metodo che adottarono era molto simile al metodo utilizzato per produrre perle nel lago Kasumigaura. Un frammento forato di madreperla veniva inserito nel mollusco assieme a un frammento di tessuto.

Nel 1914 i coltivatori di perle inziarono a coltivare perle freshwater native del lago Biwa. Questo lago, in più grande e antico in Giappone, si trova vicino a Kyoto. L’utilizzo estensivo dei molluschi del lago Biwa si riflettè nel nome stesso delle perle che presto divenne quasi un sinonimo di perle d’acqua dolce. Dal picco di massima produzione, che si ebbe nel 1971, quando vennero prodotte sei tonnellate di perle, l’inquinamento e la sovrapproduzione causarono l’estinzione virtuale di questo animale.

Perle Biwa

Negli anni ’80 la produzione di perle biwa sopravviveva a malapena: questo vuoto di produzione è stato riempito negli anni sucessivi dalla produzione cinese, che gia alla fine  del decennio aveva acquisito le tecniche più evolute in fatto di allevamento con colture più lunghe e colori più accattivanti.