Dalla nascita del motore a scoppio e conseguente bisogno di petrolio, la corsa al greggio è diventata sempre più frenetica e, nonostante la crescente tecnologia adottata per evitare tragedie, i disastri ambientali ormai non si contano più.

Una volta riversato in mare, il greggio si espande nell’acqua creando una patina che varia in base alla temperatura e al movimento dell’acqua; in seguito, dopo la fase di evaporazione e l’azione di altri processi (come emulsione, aerosol e fotossidazione), le particelle di petrolio si spandono anche sul fondo marino attaccandosi su coralli e fauna marina, intossicando e soffocando ogni essere vivente che questa scia nera incontra.

 

Non molte persone sanno che queste tragedie interessano soprattutto gli affari legati al mare, come la coltivazione di perle; il 21 agosto 2009 la piattaforma petrolifera a largo del mare Timor, in Australia, esplose, gettando gas naturale, condensato e petrolio nell’acqua.

Questo disastro, largamente ignorato dalle autorità, non potè essere arginato immediatamente a causa della troppa pressione del pozzo e la chiusura della falla richiese ben 8 settimane: alla fine di settembre 6.000 ostriche perlifere erano ormai perse, causando una perdita economica di almeno $660.000.

 

Ma, dopo tutte le conseguenze negative portate dalla preparazione della piattaforme e dall’estrazione dello stesso petrolio, vale ancora la pena far pagare questo prezzo troppo alto all’intero ecosistema?

 

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