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El Mechudo


Oggi desidero parlarvi di un cacciatore di perle chiamato “El Mechudo” la cui figura affascinante si confonde tra mito e realtà. Le sue vere origini ed il suo stesso nome sono ad oggi sconosciute, ma si narra che fosse un pescatore di perle di eccezionale abilità. Ciò che sappiamo è che molto probabilmente era di origini Yaqui e che possedeva un’enorme chioma selvaggia (da qui il significato del suo soprannome che significa più o meno “lo scarmigliato”) che usava avvolgere attorno al capo per proteggersi dai violenti raggi del sole.
Nel 1987 un piccolo periodico locale della Baja California riportò la seguente storia in prima pagina:

“a 40 miglia dal Porto di La Paz, 50 miglia a largo dell’Isola di San Francisquito, c’è una montagna lambita dalle acque del mare che da tempo immemore è conosciuta con il nome di “Punta Mechudo
I vecchi marinai di Punta Mechudo amano raccontare che prima che fossero scoperti gli enormi giacimenti di perle in nella Bassa California, i Yaqui (indigeni della regione) erano liberi di effettuare la pesca delle perle. Per pescare si attrezzavano come oggi (nel 1897 i cacciatori di perle ungevano il corno di grasso, si legavano lo stomaco con una specie di corda detta “soyate”, e portavano un bastone per difendersi dai predatori marini). Una volta preparatisi in questo modo si buttavano in fondo al mare arrivando ad estrarre fino a 300 conchiglie ciascuno, trattenendo il fiato per lunghissimo tempo. Ogni anno facevano a gara tra loro: chi avesse pescato la perla più bella avrebbe avuto l’onore di offrirla alla vergine di Guadalupe. El Mechudo era il più valoroso e ogni anno vinceva sugli altri grazie alla sua forza e alla sua incredibile capacità di trattenere a lungo il fiato nelle profondità del mare. In occasione di una di queste gare però El Mechudo non si presentò e la competizione ebbe luogo senza di lui. El Mechudo arrivò a gara conclusa e quando insistette ad ogni costo per partecipare, gli fu detto che anche se avesse pescato la perla più bella, più grande e scura, non avrebbe potuto in nessun modo offrirla alla vergine. Egli dichiarò che avrebbe offerto la sua perla al diavolo in persona e si tuffò ugualmente. Quando i suoi compagni accorsero per vedere per quale ragione non riemergesse, si trovarono davanti una visione spaventosa: El mechudo giaceva senza vita nelle acque del mare con le mani incastrate in una gigantesca ostrica. I suoi compagni tornarono spaventati, convinti che avesse pagato per quella terribile blasfemia. Da allora, secondo ciò che raccontano gli indigeni, in diverse occasioni, soprattutto prima dell’alba, molte imbarcazioni hanno avvistato un uomo dall’enorme capigliatura. Ma ogni qualvolta si cerchi di avvicinarlo, quello scompare e torna ad immergersi nelle profondità del mare. Da allora gli yaqui hanno abbandonato quel fecondo giacimento di perle, ma la leggenda vive tuttora e nella regione, il nome di “El Mechudo” è ancora conosciuto, rispettato e temuto.”
Così termina la storia raccontata in quel periodico, e che sia vero o no, quel luogo ancora incute rispetto e timore a tutti coloro che conoscono la leggenda, alimentata anche dall’aspetto del luogo, dalle sue coste nude e le sue rocce imponenti, sempre battute dalle onde. L’aspetto sinistro di questo luogo leggendario è dovuto a una perenne foschia che lo avvolge, e che  non manca di procurare una certa inquietudine a chi si appresta a navigare quelle acque prima del sorgere del sole.

A proposito dell'autore

Da 20 anni Adriano Genisi si occupa di selezione, certificazione ed acquisto di perle coltivate nei paesi d’origine. Collabora stabilmente con importanti realtà produttive del settore gioielleria nel ruolo di consulente aziendale per gli acquisti e l’importazione diretta del prodotto.

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